La prefazione di Enzo Concardi per il libro “L’incanto della natura” di Ester Franzil

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Questa pubblicazione di Ester Franzil segna un ritorno alla poesia, dopo la raccolta degli anni novanta intitolata L’allodola e il sole. Nell’introduzione Alessandro Villa, già allora sottolineava la prevalenza dell’ispirazione lirica naturalistica della poetessa, affidata ad un linguaggio spontaneo e diretto con esiti comunicativi immediati: “…il suo scrivere è un raccogliere immagini, suoni e sensi… Poesia solare, dunque, ed echi pascoliani per chi s’affida ai palpiti del cuore”. Dal canto suo Pietro Mirabile affiancava al tema della natura la sensibilità spiritualistica, che sfociava nell’inserimento di una visione religiosa sacrale, la quale “… conferisce alla sua poesia un sapore salmistico, e nel colloquio e nella descrizione. Il dettato si rivela subito essenziale … moderno, raramente adombrato dall’angoscia per la realtà sociale”.
Qui l’autrice conferma il connubio dei due elementi fondamentali sui quali insiste la sua poetica: l’involucro del canto per il creato e le venature metafisiche legate alla trascendenza, elaborando però uno stile più articolato e diversificato, che comprende, ad esempio, anche composizioni con la metrica orientale tipica degli haiku. Le caratteristiche ed i mutamenti dei cicli stagionali sono tra i fenomeni che più colpiscono l’animo della poetessa, intento ad osservare, contemplare, sublimare tutti i messaggi provenienti da un mondo che a lei parla come un soggetto vivente, come il racconto di una fiaba con tutte le sue magie: ne coglie i vari aspetti, i particolari, i moti più impensabili che, con la sua creatività immaginifica, si trasformano in cascate di versi.
Non mi sembra eccessivo parlare di sinfonie e concerti naturalistici che costituiscono una vera e propria apologia della Natura, quindi con origini nel pensiero filosofico. I testi che si possono citare sono numerosi. Tra di essi Autunnale lacustre alba, Estate, Bosco invernale, Miracolo, sono paradigmatici per avvicinarci al discorso della variabilità, mutabilità, pluralità della natura che, con un termine scientifico, si potrebbe definire ‘biodiversità’. Nella vita non esiste il ‘bianconero’, ma la ricchezza dei colori. Il messaggio va quindi a colpire le culture umane che spesso, invece, per povertà interiore, semplificano in modo bipolare, con tutte le conseguenze negative che conosciamo. La Natura dunque è modello di dialoghi, interazioni, osmosi e simbiosi, oltre che di metamorfosi continue ed incessanti. Nelle poesie succitate troviamo un “incipiente letargo autunnale”, una “esplosione di luce nel cosmo”, un “dormiveglia stregato” nel quale “il bosco / l’annunciata primavera sogna”, perché “eran fiorite le viole” e si diffondeva “la tremula gioia di tenere foglioline”. Dunque in tali versi gli elementi naturali assumono sentimenti umani e scopriamo l’eterno ritorno dei flussi stagionali. Essi – con altri che ora citeremo – sono significativi non solo di determinati contenuti, ma anche di alcune scelte estetiche della poetessa. Iniziamo dai versi senza verbo che hanno l’effetto di creare immagini sintetiche, in cui sono racchiusi mondi da interpretare, ma che non sono statici come si potrebbe pensare dal presupposto sintattico: “Immenso tremulo respiro”, “irreale mattina” (Autunnale lacustre alba); “abbaglio luminoso”, “vitale vampa”, “vertigine di meriggi”, “ebbrezza di aromi” (Estate)… e si potrebbe continuare a lungo con queste esemplificazioni di una versificazione aperta verso orizzonti sconosciuti ma immaginabili.
Inoltre possiamo constatare che questa formula è composta da uno o due aggettivi accanto a un sostantivo o a un complemento di specificazione, il quale dilata le immagini e le rende efficaci. Quando il verbo è presente, spesso è posto al termine del verso, scelta che varia la fonetica della parola; con riferimento al vento leggiamo: “… nuove armonie fruga / contro muretti a secco cozza / negli orticelli rimbalza /…/ aspre ginestre fila / aggrovigliate vigne pettina” (Maestrale). Ed ancora vi sono composizioni formate da soli distici oppure essi sono disseminati qua e là. Concludendo e riassumendo questa parentesi filologica si può racchiudere l’analisi delle strutture poetiche nel senso della verticalità: l’autrice predilige la brevità delle liriche, delle strofe e del verso.
Sul versante delle policromie la sua ispirazione spazia liberamente; anche qui una specificità emerge: le tessiture cromatiche sono ovviamente intrecciate dai nomi dei colori, ma anche e soprattutto da elementi della natura il cui colore viene prestato ad altri, come succede in Euforia di rose: “Lieta fragranza di sbocciate rose / fitto tappeto rosato /…/ Petali d’aurora e di tramonto / nel rugiadoso prato fioccano /…/ Cielo di glicine … / Dolci i miei sospiri / miele la mia voce”. O come in Cigno reale: “…Nello zafferano del tramonto si tuffò / e fu tutto un barbaglio d’arancia”.
Così anche le poesie haiku, che costituiscono l’epilogo della raccolta, sono rispettose delle loro origini, ovvero tratteggiano finemente coriandoli di natura e colorazioni arlecchino. Ma vorrei riportare, al termine degli incanti della natura, ciò che mi pare essere un piccolo ‘cammeo’ lirico intitolato Camelia: “Petali di camelia, di rugiada madidi / nel tenero mattino sbocciano / come le corolle dei sogni miei / dolcemente si sfogliano al chiarore lunare”.
Le partiture naturalistiche non sono tuttavia le uniche presenti nel libro: come già si diceva in apertura coesistono aspirazioni, aneliti, ideali spirituali e religiosi. Così in Attese iniziano ad apparire i dialoghi con l’anima, le virtù salubri del bosco sugli stati di tristezza: e lei si trova inginocchiata in religioso raccoglimento. In Plenilunio traspare la ricerca del senso del mistero che circonda la vita. Poi il canto trascendente si fa sempre più esplicito, finché troviamo Pater Noster, lirica dedicata al valore della preghiera cristiana; Resurrezione, l’attesa della Pasqua; Natale, dove la pace ferita dalle guerre tra gli uomini invoca la luce della speranza nella venuta del Salvatore. E altrove, a completare i motivi poetici, abbiamo incursioni nella memoria dell’infanzia quando ancora si viveva nel mondo contadino (Vecchia carriola) e una poesia dedicata ad Amatrice, che svela la sua sensibilità sociale verso chi ha sofferto per il noto terremoto.

Enzo Concardi

NOTA BIOBIBLIOGRAFICA DELL’AUTORE
Ester Franzil è nata a Cadegliano (VA) nel 1951 e vive a Marchirolo (VA). Già Docente alla scuola primaria di Lavena Ponte Tresa (VA), poetessa, studiosa di psicologia, sociologia e pedagogia, ha pubblicato la raccolta di poesie L’allodola e il sole, conseguendo numerosi premi nazionali e internazionali. Ha coordinato laboratori di poesia per bambini presso la sua scuola elementare. Attualmente è volontaria A.V.O. (Associazione Volontari Ospedalieri) e animatrice per la terza età nelle case di riposo del suo comune.

Ester Franzil, L’incanto della Natura, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 70, isbn 978-88-31497-44-2; mianoposta(chiocciola)gmail.com.

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Per gentile concessione di Enzo Concardi, Ester Franzil, Guido Miano Editore

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